La tabella con i compensi in nero corrisposti a dipendenti e amministratori consente di operare dei recuperi in capo ai percettori.

Se nel corso di un’attività ispettiva viene reperita della documentazione extracontabile, in cui siano contenute tabelle contenenti nomi di dipendenti e amministratori, anche se tali informazioni non trovano riscontro nelle scritture contabili, le risultanze sono idonee a supportare la ricostruzione di maggiori compensi, erogati “FUORI BUSTA”, rappresentando un valido elemento indiziario, fornito dei requisiti di gravità, precisione e concordanza sanciti dall’art. 39 D.P.R. 600/1973.

Tale principio emerge da un recente intervento della Suprema Corte (Cass. civ. Sez. V, ord. 5.04.2022, n. 11023) con cui ha trovato conferma l’orientamento secondo cui, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, tutti quei supposti contabili che si ritiene costituiscano la c.d. “CONTABILITÀ IN NERO”, in quanto rappresentati da appunti personali e informazioni dell’imprenditore, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

Da parte del contribuente, e della sua “DIFESA”, in ipotesi di contestazioni della specie di quella evidenziata, qualora si ritenga che le argomentazioni di contestazione non siano adeguate in termini di completezza di motivazione probatoria è opportuno (e doveroso) attivarsi per fornire un’adeguata prova contraria, che permetta di valutare in maniera “NON SFAVOREVOLE” al contribuente le risultanze di brogliacci che se da un lato è indubbio che possano rappresentare delle effettive operazioni d’impresa, dall’altro non può essere sempre automatica una loro ricognizione presuntiva.