Pignoramento stipendio, pensione, conto corrente, canoni di locazione. Come evitare il pignoramento dei soldi in banca.

Sulla possibilità di pignorare la prima casa, l’Agenzia delle Entrate ha le mani legate. Lo può fare solo se si tratta di una casa di lusso (ossia accatastata nelle categorie A/1, A/8 o A/9) e/o se il contribuente, oltre all’abitazione in questione, è titolare (anche se per una semplice quota) di altri immobili, siano essi terreni o fabbricati.

Quanto invece allo stipendio, alla pensione e al conto in banca vigono altre regole. Vediamo dunque quanto può pignorare l’Agenzia delle Entrate: fino a dove cioè è possibile il blocco dei redditi percepiti dal contribuente.

QUANDO AGENZIA ENTRATE PUÒ PIGNORARE?

Il semplice fatto di non aver pagato le tasse non implica in automatico il rischio di un pignoramento. Prima che ciò avvenga sono necessari alcuni passaggi.

Innanzitutto, l’ufficio deve notificare al contribuente l’avviso di accertamento riferito all’imposta non versata. Può trattarsi di un’imposta o di un tributo dovuto all’Erario (Iva, Irpef, ecc.) oppure agli enti locali (Imu, Tari, bollo auto, ecc.).

Dopodiché, in assenza di pagamento, la “pratica” passa all’ufficio per la riscossione esattoriale, attualmente ricoperto da Agenzia Entrate Riscossione (almeno per le imposte statali).

A seguito di ciò, viene notificata la cartella esattoriale con obbligo di pagamento entro 60 giorni. Se l’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate era “provvisoriamente esecutivo”, al posto della cartella l’Esattore notifica un lettera di «presa in carico».

Solo dopo 60 giorni dalla notifica della cartella, l’Esattore può procedere alla riscossione e quindi al pignoramento, e comunque non oltre 1 anno. Se decorre l’anno, l’Esattore deve notificare un sollecito (la cosiddetta “intimazione di pagamento”) senza il quale l’esecuzione forzata è illegittima.

In realtà, dalla notifica della cartella all’effettivo pignoramento trascorrono mesi, se non addirittura anni.

QUANTO PUÒ PIGNORARE L’AGENZIA DELLE ENTRATE?

Esistono dei limiti di pignoramento, previsti però solo in favore dei contribuenti titolari di pensione o di stipendio da lavoro dipendente. In merito ad essi, infatti, la legge stabilisce dei benefici volti a garantire la sussistenza tutte le volte in cui il pignoramento ha ad oggetto le somme versate rispettivamente dall’ente di previdenza (Inps) o dal datore di lavoro.

Per tutti gli altri contribuenti non esistono limiti alla possibilità, per Agenzia Entrate, di pignorare i redditi o il conto corrente. Tanto per fare un esempio, una persona che percepisce mensilmente un canone d’affitto su un appartamento concesso in locazione si può veder pignorare l’intera mensilità versata dall’inquilino.

QUANTO PUÒ PIGNORARE AGENZIA ENTRATE SU UNO STIPENDIO?

Sullo stipendio l’Agenzia delle Entrate Riscossione può pignorare:

  • un decimo: se la mensilità non supera 2.500 euro;
  • un settimo: se la mensilità va da 2.5001 a 5.000 euro;
  • un quinto: se la mensilità è superiore a 5.000 euro.

Queste quote si calcolano sul netto dell’intero stipendio. Se sullo stipendio è presente una precedente trattenuta per cessione del quinto (ad esempio a seguito della sottoscrizione di un prestito con una finanziaria), il pignoramento si calcola come se tale cessione non esistesse e quindi non sull’effettivo stipendio percepito dal lavoratore, ma su quello che avrebbe percepito se tale cessione non ci fosse.

Ovviamente, il pignoramento cessa se cessa il rapporto di lavoro, a seguito di dimissioni o licenziamento. A quel punto, il pignoramento si sposta direttamente sul Tfr (il trattamento di fine rapporto di lavoro) dovuto dall’azienda, senza bisogno di un ulteriore atto di pignoramento.

Non è prevista, come invece per le pensioni, la decurtazione di un minimo vitale per il dipendente, anche in presenza di un stipendio modesto.

QUANTO PUÒ PIGNORARE AGENZIA ENTRATE SU UNA PENSIONE?

Anche sulla pensione valgono i limiti appena visti per lo stipendio. In particolare, l’Agenzia delle Entrate Riscossione può pignorare:

  • un decimo: se la mensilità non supera 2.500 euro;
  • un settimo: se la mensilità va da 2.5001 a 5.000 euro;
  • un quinto: se la mensilità è superiore a 5.000 euro.

Queste quote si calcolano sul netto della pensione ma dopo che da esso è stato detratto il cosiddetto minimo vitale. Il minimo vitale è pari a una volta e mezzo (1,5) l’assegno sociale annualmente determinato dall’Inps. Ad oggi, l’assegno sociale è di 468,10 euro, pertanto il minimo vitale 2022 è di 702,15 euro.

In pratica, la pensione può essere pignorata per massimo un quinto (il 20%) della parte che eccede 702,15 euro.

Ad esempio, su una pensione di 1.000 euro si può pignorare solo un quinto di 297,85 (e difatti 1.000 – 702,15 = 297,85). Si tratta di un importo irrisorio, ossia 59,57 euro al mese.

Anche per la pensione vale quanto visto per il conto corrente: non si tiene conto di eventuali cessioni del quinto volontarie.

Se sono in atto altri pignoramenti da parte di ulteriori creditori, è possibile un doppio pignoramento purché non superi metà della pensione.

QUANTO PUÒ PIGNORARE AGENZIA ENTRATE SU UN CONTO CORRENTE?

Se il conto corrente è quello d’appoggio dello stipendio o della pensione, la legge prevede ulteriori limiti al pignoramento. Ciò però solo a condizione che sul conto non vengano versate somme dovute a ulteriori e diversi redditi (ad esempio per canoni di locazione).

In tal caso, per quanto riguarda i risparmi già presenti sul conto alla data di notifica del pignoramento, questi possono essere pignorati solo per la parte che eccede il triplo dell’assegno sociale ossia 1.404,30 euro (468,10 x 3 = 1.404,30).

Ad esempio, se il conto corrente ha solo 1.000 euro, quanto in esso depositato alla data della notifica del pignoramento non può essere bloccato. Se invece presenta un saldo di 2.000 euro, si possono pignorare solo 595,70 euro (pari alla differenza tra 2.000 e 1.404,30).

Per quanto invece i successivi emolumenti a titolo pensione o stipendi, su questi verrà effettuata una trattenuta mensile, fino ad estinzione totale del debito. La trattenuta segue i limiti visti per stipendio e pensioni ossia:

  • un decimo: se la mensilità non supera 2.500 euro;
  • un settimo: se la mensilità va da 2.5001 a 5.000 euro;
  • un quinto: se la mensilità è superiore a 5.000 euro.

Se invece il conto corrente è quello di un imprenditore, di un professionista o di qualsiasi altro soggetto che non vi accredita redditi da lavoro dipendente o pensione, il pignoramento del conto corrente può essere integrale.

QUANTO PUÒ PIGNORARE AGENZIA ENTRATE SU UN CANONE DI LOCAZIONE?

Eventuali canoni di locazione percepiti dal contribuente possono essere pignorati integralmente. In tal caso, l’atto di pignoramento deve essere notificato tanto al debitore quanto all’inquilino.

COSA NON PUÒ PIGNORARE L’AGENZIA DELLE ENTRATE?

L’Agenzia delle Entrate non può pignorare:

  • l’assegno di disoccupazione (la Naspi);
  • il reddito di cittadinanza;
  • le somme dovute a titolo di sussidio per poveri e invalidi come l’assegno sociale, la pensione sociale o l’assegno di accompagnamento;
  • le somme versate per polizze vita.

COME EVITARE IL PIGNORAMENTO DI AGENZIA ENTRATE RISCOSSIONE?

In teoria, possono essere pignorati i beni contenuti nelle cassette di sicurezza in banca, ma ciò non succede mai. Ecco perché, il più delle volte, per evitare il pignoramento del conto corrente, vengono prelevati i risparmi e custoditi in cassette di sicurezza in banca.

C’è poi chi preleva i soldi e si fa rilasciare un assegno circolare intestato a proprio nome o a nome di un familiare: in tal modo, i soldi escono fuori dalla disponibilità del contribuente e non risultano presenti sul conto; pertanto, non possono essere pignorati.